Venezia, 24 mar. (askanews) – Una pittura senza compromessi, nervosa e potente, che ha saputo guardare avanti, anticipando dinamiche, come il soffocamento digitale, che oggi sono di stringente attualità. ACP Palazzo Franchetti a Venezia ospita una mostra di Mattia Moreni intitolata “Gli oggetti le cose pensano in silenzio”: più di 30 opere, quasi tutte di grandi dimensioni, che ripercorrono la carriera dell’artista, anticonformista e radicale, che ha attraversato il post-cubismo, l’astrazione, l’informale, per poi arrivare alle “Angurie” o alle rappresentazioni delle vulve e infine immaginare i suoi “Umanoidi”, usciti da qualcosa che fa pensare a una via di mezzo tra Philip Guston e la Street Art. Molto interessante poi l’uso che Moreni fa della parola scritta all’interno dei suoi dipinti, che hanno una sorta di oscura didascalia interna che mostra la consapevolezza concettuale dell’artista, senza intaccare la forza pittorica dei lavori, che brilla quasi ovunque. E la sua critica dell’elettronica e dell’informatica in qualche modo ha anticipato di decenni, per esempio, il dibattito di oggi sull’intelligenza artificiale.
Sempre su iniziativa della Fondazione Calarota, nel palazzo sul Canal Grande è aperta un’altra esposizione, dedicata al pittore britannico Graham Sutherland. “Bittersweet” indaga alcuni dei temi più cari all’artista, come la natura con i suoi paesaggi immersi nel verde e il mondo animale, attraverso un nucleo di opere a olio e acquarelli e una selezione di litografie appartenenti ai più noti cicli dell’artista, tra cui spicca il famoso “Bestiario”. In Sutherland sembra che tutto si faccia paesaggio, ma anche visione, intuizione ulteriore su forme, immagini e rappresentazione di quella che chiamiamo la realtà.