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Il caso di Andrea Di Nino
La tragica morte di Andrea Di Nino, avvenuta nel carcere di Mammagialla a Viterbo, continua a sollevare interrogativi e preoccupazioni. I familiari della vittima, convinti da sempre che non si sia trattato di un suicidio, hanno visto riaprirsi le indagini grazie alla testimonianza di un detenuto, vicino di cella di Andrea. Questo nuovo sviluppo ha portato la procura a considerare l’ipotesi di omicidio volontario a carico di ignoti, un cambiamento significativo rispetto alle precedenti indagini che avevano portato a un procedimento per omicidio colposo.
Le accuse e il processo in corso
Attualmente, il processo per omicidio colposo coinvolge diverse figure, tra cui l’allora responsabile dell’Uos Medicina penitenziaria dell’Asl di Viterbo e un assistente capo della polizia penitenziaria. Tuttavia, la nuova testimonianza ha spinto l’avvocato di parte civile, Nicola Triusciuoglio, a richiedere la sospensione del processo in corso, in attesa di ulteriori chiarimenti. Secondo quanto riportato, il testimone ha descritto una scena inquietante: tre agenti penitenziari che entrano nella cella di Andrea, il quale chiede aiuto prima di essere portato via a spalla. La frase “Questo è morto” pronunciata da uno degli agenti ha sollevato ulteriori dubbi sulla dinamica degli eventi.
Le circostanze della morte
Andrea Di Nino, 36 anni, è stato trovato impiccato nella sua cella di isolamento, con un lenzuolo incastrato nello stipite della finestra. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i familiari sono convinti che non si sarebbe mai tolto la vita, soprattutto considerando che stava per terminare di scontare la sua pena e desiderava tornare dai suoi figli. Le testimonianze raccolte indicano che Andrea era stato preso di mira dagli agenti a causa delle sue richieste di poter contattare la madre malata, suggerendo un possibile clima di intimidazione e violenza all’interno del carcere.