> > Giovanni Bagnasco: una vita di amore e arte, oltre la malattia

Giovanni Bagnasco: una vita di amore e arte, oltre la malattia

Il giovane attore emergente si racconta, parlando della sua ritrovata sicurezza

La storia di Giovanni Bagnasco, un giovane attore emergente affetto dalla sindrome di Treacher Collins, che racconta la sua vita e il suo imparare a convivere pacificamente con la sua malattia.

Giovanni Bagnasco è di recente diventato famoso in Italia interpretando il ruolo di Ippolito nella miniserie L’Arte della Gioia. Ippolito è un personaggio che viene tenuto recluso e rinchiuso dalla propria famiglia a causa della sua deformità fisica, un “mostro” da nascondere. Bagnasco, nonostante nessuna formazione attoriale, ha saputo dare un’ottima prova, proprio grazie ai punti che sentiva in comune con il suo personaggio. Vediamo chi è questo giovane che ha imparato a vivere superando la discriminazione.

La malattia di Bagnasco

Giovanni Bagnasco è afflitto dalla sindrome di Treacher Collins, una rara anomalia genetica (un caso su cinquantamila) che causa deformità facciali a livello osseo e cartilagineo. Giovanni racconta di aver sempre vissuto male la sua malattia, soprattutto da piccolo, quando bastavano gli sguardi disgustati o straniti degli altri per farlo soffrire. “Anche il non detto faceva male”, afferma. Ma per il ragazzo non tutto il male vien per nuocere: la sua patologia infatti l’ha portato a distinguere presto fra due tipi di persone: “i cuori buoni ed i cuori ciechi”. La sua, quindi, alla fine è una storia di speranza e di riconoscimento del suo valore, oltre il suo aspetto.

La vita di Giovanni

Nato e cresciuto in Toscana, a Chianciano Terme, Giovanni ha sin da piccolo delle ambizioni artistiche. Queste ultime finalmente si rendono disponibili a lui nonostante le difficoltà causare dalla sua deformità, prima con Finalmente l’Alba, e poi con la citata L’Arte della Gioia, con cui ha riscosso successo grazie alla sua ottima interpretazione di Ippolito.

Non recitazione, ma rappresentazione della propria vita

Giovanni specifica che nel mettere in scena Ippolito in realtà non sente di aver recitato, ma di aver semplicemente rappresentato la sua esperienza di vita. In questo ruolo ha riversato tutto se stesso: sia le parti dolci e docili, sia le parti arrabbiate e violente a causa delle ingiustizie nei suoi confronti. Afferma infatti che sul set, nel girare le scene più violente, “pensavo ai momenti difficili vissuti”. Momenti difficili che nonostante facciano male a ripensarci, sono stati superati da Giovanni, che esprime un ottimismo sorprendente.

Amore e felicità meritati, non vittimismo

Giovanni afferma che, mentre da piccolo spesso si chiedeva perché fosse dovuto nascere con quel volto e piangeva spesso quando lo chiamavano “mostro”, ormai quel termine e le discriminazioni non lo sconvolgono più. Si è dato una risposta sul “perché a lui”: semplicemente è successo, doveva nascere così. E, giunto a questa conclusione, realizza che fare la vittima non aiuta, e quindi smette di considerarsi tale, dedicandosi alla sua passione per l’arte, alla sua carriera di attore emergente e all’amore. Il tutto invitando ognuno di noi a trovare la nostra bellezza interiore, che, commenta, quando non trovata fa sembrare automaticamente più brutti.